La Battaglia di Legnano tra Storia e Leggenda

Il 29 maggio del 1176 venne combattuta una delle più incredibili battaglie tra un esercito professionista ed uno decisamente più numeroso, ma meno equipaggiato, la battaglia di Legnano tra l’imperatore Federico Barbarossa ed i Comuni della Lega Lombarda. La sconfitta del primo fu clamorosa, ma la storia è vera o è soltanto una leggenda in funzione anti-tedesca? A far luce su questa ed altre leggende contribuisce il recentissimo “Legnano 1176, una battaglia per la libertà” dello storico Paolo Grillo. Si deve anche ricordare che Giuseppe Verdi il 27 gennaio del 1849 a Roma rappresentava la sua opera “La battaglia di Legnano” che serviva per far risaltare la prima vittoria di Italiani sul nemico tedesco proprio in quegli anni dei moti di indipendenza dall’Austria.

Con la “costituzione delle regalie” emanata a Roncaglia nel 1158 l’imperatore si attribuì maggiori diritti fiscali ed amministrativi, una grande mazzata per i Comuni dell’impero che furono costretti a versare ogni anno una cifra davvero grande all’autorità centrale. Il peggio però doveva ancora arrivare con la distruzione di Milano del 1162 e con l’aumento della leva fiscale per portare più denaro nelle casse dell’impero che doveva servire per la conquista di Roma, il vero sogno di Federico Barbarossa. Nel 1167 però le truppe tedesche vennero falcidiate da un nemico invisibile, una misteriosa epidemia che costrinse l’imperatore a fare ritorno a nord.
Nel frattempo al nord un gruppo consistente di Comuni aveva stretto un patto per riconquistare l’autonomia perduta, la Lega Lombarda, nella scenografica e leggendaria abbazia di Pontida. L’intento di questo accordo era di ritornare alla situazione politico-tributaria prima di Federico, quella avuta con Enrico V e per questo ambizioso progetto avevano anche l’appoggio del pontefice Alessandro III, ufficializzato nel 1170 con la bolla Non est dubium. In onore del pontefice allora fu fondata la città di Alessandria che a Federico non piacque mai, ma nel tentativo di distruggerla conobbe una delle sue più brucianti disfatte.
Nel tentativo di resistere all’imperatore teutonico la lega aveva imposto la chiamata obbligatoria alla leva tranne che per gli ultrasessantenni ed aveva in questo modo riunito un esercito di 30.000 uomini, quasi tutti fanti o anche meno. Di contro nell’armata tedesca c’erano solo cavalieri super corazzati e professionisti di lignaggio nobile. Le forze della lega avevano comunque ottenuto un risultato significativo, la liberazione di Alessandria dagli assedianti. Si andava verso la battaglia decisiva e Federico Barbarossa non aveva abbastanza forze, quindi chiese ai nobili tedeschi un aiuto, che fu però rifiutato dal cugino Enrico il Leone, in seguito egli perse tutti i suoi territori per questo affronto verso il sovrano. L’imperatore cominciò le grandi manovre per il combattimento, da Pavia si spostò a Como transitando per Busto Arsizio ed accampandosi a Cairate. Anche la lega si mosse confluendo il suo esercito prima a Milano e poi a Legnano in una posizione strategica favorevole per bloccare alle truppe imperiali la via d’accesso a Milano.
Nel borgo di Legnano arrivò prima la cavalleria ed in seguito il “Carroccio” con parte della fanteria. Il Carroccio era un carro trainato dai buoi con il simbolo della lega e che rivestiva funzioni di punto di riferimento, in quanto visibile su tutto il campo di battaglia.

Tra Legnano e Borsano l’esercito della lega si trovò di fronte l’avanguardia tedesca costituita da 300 cavalieri, si venne subito alle armi; l’irruzione di Federico Barbarossa nel campo di battaglia spostò gli equilibri dalla parte degli imperiali, mandando in rotta l’esercito nemico, i cavalieri bresciani e milanesi fuggirono verso Milano lasciando i fanti privi di copertura alle cariche dei teutonici. Vista la debolezza del nemico i tedeschi ed i loro alleati comaschi pensarono di approfittare del momento e caricarono con tutto l’esercito. I tentativi di sfondamento da parte dei cavalieri germanici fu ostacolato dal muro di scudi e lance eretto dai Lombardi a difesa del Carroccio. La loro resistenza diede modo alla cavalleria in fuga di ritornare ed unirsi ai contingenti da poco usciti da Milano e di contrattaccare, piombando improvvisamente sul fianco degli imperiali scompaginandone i ranghi. Gli imperiali non resistettero e cadde il loro portastendardo che finì sotto gli zoccoli del cavallo, dopo che una lancia lo aveva trapassato. Il colpo definitivo al morale dei tedeschi fu però la caduta dello stesso Federico Barbarossa, che provocò, nel primo pomeriggio, la fuga in massa dell’esercito germanico.
Ancora oggi per i Legnanesi quel 29 maggio del 1176 è un giorno importante che viene celebrato ogni anno con il palio cittadino a testimoniare la vittoria sul Barbarossa. La commemorazione, la cui prima edizione nelle forme attuali risale al 1932, consta di una sfilata in costume d’epoca ed una gara ippica a pelo tra le otto contrade in cui è suddiviso il territorio: La Flora, Legnarello, San Bernardino, San Domenico, San Magno, San Martino, Sant’Ambrogio e Sant’Erasmo. Di solito la festa inizia la mattina con la celebrazione della Messa sul tradizionale Carroccio, simbolo della resistenza lombarda, per poi proseguire con l’investitura religiosa dei Capitani delle contrade. Abbiamo quindi la benedizione dei cavalli e dei fantini. Nel primo pomeriggio il corteo storico composto da oltre 1.200 figuranti Legnanesi in costume medievale, parte da piazza Carroccio e, dopo aver attraversato la città e reso omaggio alla statua di Alberto Giussano, giunge al campo di gara dove ha luogo il Palio delle Contrade, al vincitore l’onore di conservare nella propria chiesa della contrada la Croce di Ariberto fino alla prossima manifestazione.
Alberto da Giussano è stato un eroe leggendario della lega, che con la sua “Compagnia della morte”, un manipolo di un migliaio di arditi, fecero delle imprese memorabili nella battaglia. In realtà nella storia della battaglia di Legnano non vi è traccia di questo eroe, che sembra sia stato inserito successivamente nei romanzi storici, perché nella battaglia mancava un vero capo carismatico per la Lega Lombarda, che doveva fare da contraltare al Barbarossa.
A partire dall’Ottocento, in Italia la battaglia di Legnano fu utilizzata per fini propagandistici dalle forze patriottiche. Si vedeva nell’affermazione dei Comuni un prototipo di Stato che si ribella ad un dominatore straniero, ma le città della lega in verità non volevano vivere sole, ma desideravano essere liberi all’interno dell’impero, che lo vedevano come un loro difensore.

Il Santo Graal ed il Re Pescatore

Il termine Graal venne introdotto per la prima volta nella letteratura medioevale fra il 1181 ed il 1190 per merito del romanziere Chrétien de Troyes, autore dell’opera Perceval ou le Conte du Graal. Diversi autori ritengono però che il mito del Graal sia ancora antecedente a questo periodo, ma da un punto di vista cronologico è la prima volta che se ne parla in un’opera letteraria.

Il Sacro Graal
Il Sacro Graal

Tra i tanti personaggi che ruotano intorno al Sacro Graal ve ne è una molto enigmatica, il Re Pescatore, che passa il suo tempo pescando nello stagno del suo castello a guardia della reliquia più preziosa della cristianità. Talvolta si chiama Re Pescatore, altre Ricco Pescatore, Pellés, Pelleham, Pellinor, Bron, Anfortas e così via. Spesso vive nel suo castello insieme ad un suo famigliare, suo padre o suo nonno; a volte di età media ed a volte giovane, altre ancora vecchissimo, anche di centinaia di anni. Ciò che rimane costante è l’essere malato e continuamente tormentato da una blessure inguérissable,  ferita inguaribile e misteriosa, che lo rende menomato e sterile. Il suo triste destino travolge anche il suo regno, nell’attesa di un eroe che giunga a liberarlo dai tormenti che lo affliggono.
Nel romanzo di Chrétien, il giovane Perceval, contro il volere della madre che muore dal dolore per la perdita del figlio, si reca alla corte di re Artù. Dopo alcune avventure alla corte arturiana, Perceval arriva sulla sponda di un fiume dove incontra due uomini intenti a pescare su di una barca; uno dei due era il sovrano del paese ed era ferito all’anca tanto da non poter cavalcare e dedicarsi alla caccia. Interpellato dal giovane, il re lo invita a trascorrere la notte presso il suo castello. La sera il Re Pescatore e Perceval conversano davanti al camino, il re è sdraiato sul letto in quanto non poteva sedersi a causa della ferita. Nel mentre si svolge la scena del corteo del Graal: per primo entra un valletto che porta una lancia che sgocciola sangue e dietro altri valletti ed una fanciulla che porta il Sacro Graal fatto dell’oro più puro con incastonate le pietre più preziose. Al suo apparire il salone del castello si illumina a giorno come fa al suo apparire il sole con le stelle. Il corteo passa due volte e poi sparisce magicamente. Perceval è curioso di sapere il significato di tutto ciò, ma per discrezione non fa alcuna domanda. La mattina dopo il castello è deserto e Perceval se ne va; lungo il cammino incontra una donna che lo rimprovera bruscamente per non aver osato fare delle domande: “Perché la lancia sanguina? A cosa serve il Graal? A chi serve il Graal?”. Se avesse posto queste domande il re Pescatore sarebbe guarito dalla ferita e con lui anche il suo regno. Chrétien de Troyes morì prima di completare l’opera, ma altri dopo di lui continuarono a sviluppare e parlare di questo tema.
Ma perché il Re Pescatore si chiama così? Dal primo racconto di Chrétien è stato visto da Perceval in barca intento a pescare, perché non poteva cavalcare e quindi cacciare a causa della ferita all’inguine, ma è il simbolo del pesce che riveste più importanza nell’ambito del cristianesimo. In  greco pesce di dice “Ichthys“, acrostico di “Iesous Christos Theou Hyios Soter“, cioè “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”. Gli apostoli infatti sono stati definiti pescatori di uomini ed esiste l'”anello piscatorio” del Pontefice con l’effigie dell’apostolo Pietro mentre pesca con la rete.
Altro elemento che spicca è la terra desolata del regno del re che ha in cura il Graal, difatti la foresta è deserta, gli alberi non danno frutti ed i raccolti sono scarsi. In questo scenario, solo il Graal, con il suo potere miracoloso, è dispensatore di nutrimento per gli abitanti del castello.
Molti studiosi hanno cercato di capire perché il custode della reliquia più preziosa per la cristianità sia malato, arrivando al punto che in molte culture una persona malata è ritenuta possedere facoltà superiori tanto da permettere all’uomo di avvicinarsi alla divinità. Noti i riti di iniziazione degli sciamani, basati sulla sofferenza, spesso combinata a delle ferite sul corpo, perché credevano che solo così si poteva acquisire il potere di guarire a sua volta i sofferenti.
Ecco le possibili interpretazioni delle storie letterarie che si sono succedute nei secoli del Santo Graal e del suo custode, il Re Pescatore.