Le Metropoli Etrusche sul Mare

Avvolto nel mistero più profondo, del popolo Etrusco rimane il concetto di grandezza di una civiltà anticipatrice, per certi versi, di una società a dimensione d’uomo. La donna, ad esempio, era tenuta in altissima considerazione e viveva una condizione emancipata dove non era rinchiusa nel ruolo moglie e madre, ma era una vera compagna con la quale condividere ogni cosa, anche a livello decisionale.
Le origini di questo popolo che ha abitato l’Italia centrale, non sono certe ma si basano su delle teorie suffragate, più che da prove, solamente da indizi. Le teorie più accreditate sono due: la prima, afferma che gli Etruschi fossero una etnia autoctona derivante dalla civiltà villanoviana; la seconda, invece, ricollega il popolo Etrusco ad un popolo mediorientale giunto via mare fino alle coste meridionali della Toscana e da li, spalmatosi per il nord del Lazio, Umbria ed Emilia.
Al di la delle incerte origini, noi conosciamo di questo popolo molte cose grazie alle necropoli che, nel corso degli anni, sono state scoperte e che hanno permesso di dare uno sguardo su quella che fu la loro civiltà e che è inquietantemente somigliante a quelle degli Inca e dei Celti. Il mondo del magico che attraeva questi tre popoli esperti di astrologia e numerologia, era presente nel culto della natura grazie alle celebrazioni che miravano ad onorare madre terra ed è strabiliante l’assonanza tra le celtiche “vie di pietra” e le etrusche “vie cave” che riconducevano allo studio del magnetismo del nostro pianeta.
Quanto provato da scavi e studi archeologici dimostra il fatto che questo popolo ebbe una influenza significativa sulla civiltà dei Romani, tanto che due dei sette re di Roma appartenevano a questa etnia. Una assimilazione culturale e, parzialmente dei costumi, che incominciò dopo la vittoria dei romani nella battaglia della etrusca Veio, nel 396 a.C.
A livello politico gli Etruschi si erano organizzati in città-stato (lucomonie) confederate tra loro e che annoveravano Cerveteri (Caisra), Chiusi (Clevsi), Tarquinia (Tarchuna), Veio (Vei), Vulci (Velch), Vetulonia (Vetluna), Populonia (Pupluna), Volterra (Velathri), Orvieto (Velzna), Cortona (Curtun), Perugia (Perusna) ed Arezzo (Aritim).
Di queste lucumonie, vediamo nel dettaglio, quelle che erano le allora metropoli etrusche sul mare.

Cerveteri
La latina Caere, fu una delle città stato etrusche che visse una formidabile prosperità grazie alla sua vicinanza con il mare. Sicuramente abitata da 25mila persone su 150 ettari, Cerveteri, dopo Veio, fu il secondo centro più importante dell’Etruria meridionale. Edificata a pochissimi chilometri dal mar Tirreno, l’estensione di quei tempi era trenta volte superiore alla Cerveteri di oggi eppure, di tanta magnificenza, sono restate sole le necropoli della Banditaccia e di Monte Abatone. È grazie alla sua posizione strategica che Cerveteri fu considerata un fulcro commerciale di alta importanza e che instaurò ottimi rapporti con la vicina Roma e cercò ulteriormente di accrescere le sue fortune espandendosi anche verso la Campania. Alleata di Cartagine per contrastare la supremazia ellenica, Cerveteri poteva sfruttare ben tre punti sul mare come Alsium (Palo Laziale), Punicum (Santa Marinella) e Pyrgi (Santa Severa). Di quella ricchezza, si può ammirare quanto ritrovato all’interno della famosa tomba Regolini-Galassi, ossia reperti di gioielli, argenti, bronzi, ceramiche elleniche e vasi di bronzo.

Tarquinia
Al confine tra Lazio e Toscana, Tarquinia viene raccontata da Cicerone e da Ovidio, come da un campo arato sia magicamente apparso Tagete (Tages), il fanciullo che nella mitologia etrusca era dotato della possibilità di profetizzare il futuro con grande saggezza e che avrebbe istruito il popolo Etrusco sull’arte di predire il futuro. Tarquinia fu una città ricca e questo viene testimoniato dai reperti trovati nelle necropoli di Arcatelle, Selciatello sopra, Le Rose e Poggio Selciatello. È tra la fine del IX secolo e gli inizi dell’VIII, che si colloca il periodo di massimo splendore derivato da traffici commerciali intrapresi a medio e lungo raggio e questo ha permesso lo sviluppo di produzioni artigianali indirizzati soprattutto in Campania. È in questo contesto che la tradizione vuole a Tarquinia la visita di un certo Demarato, un commerciante di Corinto che svela agli Etruschi l’arte di modellare la terracotta. Demarato fu il padre di Lucumone, passato alla storia come Tarquinio Prisco, uno dei sette re di Roma. La città affinò la sua arte di coroplastica tanto da passare dai rozzi buccheri villanoviani a quelli a cilindretti a stampo oltre che ad una fine ceramica in stile etrusco-corinzia. Famosa per le tombe dipinte che si possono ammirare nelle necropoli, il suo declino iniziò probabilmente durante il V secolo attraverso delle mutazioni sociali e politiche che avvennero all’interno della comunità.

Populonia
Questa città-stato è diventata ricca grazie allo sfruttamento delle miniere di ferro sia del Campigliese che dell’isola d’Elba che ha permesso di essere uno dei punti produttivi dell’antica metallurgia. È dall’età del Bronzo che Populonia inizia la sua ascesa attraverso i traffici commerciale via mare e, la prossimità con le isole dell’Arcipelago toscano, aiuta questo sviluppo tanto da motivare il fatto che Populonia comincia ad operare una sorta di controllo che si espande anche in Sardegna e Corsica. L’età aurea si può datare nel VI secolo quando la città annoverava migliaia di abitanti e tantissime realtà industriali. Difesa da una poderosa cinta di mura, Populonia occupava un’area che andava dal promontorio di Piombino al Golfo di Baratti. Poche sono le tracce che restano visibili sulla cima dell’allora acropoli, vicino a quelle poco distanti delle strutture di romana memoria del II secolo.

Vetulonia
Altra città etrusca facente parte del sodalizio della Dodecapoli è oggi un caratteristico borgo della Maremma. Dell’antico insediamento si persero per anni ogni traccia lasciando spazio solo a racconti mitologici dei quali rimanevano solo alcune citazioni in opere classiche di Dionigi di Alicarnasso e di Plinio.
Solo verso la metà dell’Ottocento, durante degli scavi effettuati a Cerveteri, fu ritrovato il basamento del trono di Claudio dov’erano incise tre divinità in rappresentanza di tre etnie etrusche che erano quelle di Vulci, di Tarquinia e quello di Vetulonia confermando, in questo modo, l’esistenza di questa città. Fu durante una ricerca archeologica del 1880 effettuata a Colonna di Buriano che vennero trovate le tracce dell’antica Vetulonia. Di fatto, fu una città marina divenuta ben presto un punto commerciale di estrema importanza che presentava botteghe artigiane che sfruttavano i minerali estratti dalle vicine colline metallifere e dell’Elba.

Gli Zeloti nella Storia

Gli Zeloti furono un vero e proprio gruppo politico e religioso ebreo che rivendicava l’indipendenza della Giudea da parte dei Romani, con metodologie a volte al limite della violenza e del fanatismo religioso. Vengono collocati storicamente all’inizio del I secolo. Erano una frangia armata, bellicosa e venivano considerati da Roma come dei criminali incalliti, da annientare con la sola repressione, alla stregua di temibili terroristi.
Alla base del pensiero zelota c’era anche il concetto che era inaccettabile accettare il dominio di un altro popolo nella sacra terra di Dio e ancor più insopportabile il fatto di dover pagare tasse e tributi all’invasore. Inoltre le basi della filosofia zelota ripudiavano il concetto di imperatore romano visto come una divinità, per loro questo era un grave peccato al limite dell’apostasia.
Nella rivolta avvenuta nel tra il 66 ed il 70 furono quasi del tutto annientati ad opera dell’esercito romano sotto Tito Flavio Vespasiano. In questa rovinosa guerra contro l’Impero romano la città di Gerusalemme venne completamente rasa al suolo e distrutta. Gli Zeloti da molti furono considerati come i veri colpevoli di questo disastro, perché molte fasce della popolazione ebraica avrebbero preferito mettersi d’accordo con Roma per una soluzione più pacifica e che causasse meno distruzione e morti. Una piccola parte riuscì a scappare e a rifugiarsi in una fortezza nei pressi del Mar Morto ma, quando questo esiguo esercito capitanato da Eleazaro di Simone capì che la sconfitta era inevitabile, attuò un suicidio di massa per non cadere nelle mani dell’odiato nemico. Una decisione così drastica fu presa in quanto l’odio e la repulsione per i romani era talmente grande da preferire la morte piuttosto che diventare schiavi.
Alla base di ogni concetto degli Zeloti c’era un forte attaccamento alla legge di Mosè ed un fervido spirito di nazionalismo verso la propria patria, considerata invasa dai Romani. Questo gruppo era molto integralista, chi vi apparteneva girava con un pugnale sotto la tunica pronto a colpire chiunque andasse contro i preconcetti dei loro principi. Difatti sono stati identificati anche con il nome di Sicari, era loro abitudine agire quando eventi o feste portavano per le strade un gran numero di persone. Una volta identificata la persona da colpire nel giro di pochi secondi veniva pugnalata. L’aggressore poi era molto abile a mescolarsi tra la folla attonita, rimanendo sul posto dove aveva colpito e piangendo il morto con le altre persone.
Tra gli Zeloti più famosi della storia può essere citato Barabba. Pilato gli ridiede la libertà sotto la spinta del popolo a discapito di Gesù. È proprio nel periodo che si colloca la vicenda di Cristo che questo gruppo politico ha operato con più tenacia. Secondo alcuni studiosi i sacerdoti del tempio che consegnarono Gesù ai romani, lo fecero solo per distogliere la loro attenzione da una rivolta imminente che si stava preparando ai loro danni. In altri studi è stato persino accennato che tra gli apostoli potessero esserci degli appartenenti a questa frangia come Giuda Iscariota, Simone detto Pietro e Simone il Cananeo che veniva chiamato lo Zelota. Molti sono i passi del Vangelo che potrebbero far intendere che fra i 12 seguaci di Cristo ci potessero essere degli ex appartenenti a questa comunità politica. Nel Vangelo di Luca e negli scritti di Giuseppe Flavio si possono ritrovare tracce che descrivono gli Zeloti.

Simone il Cananeo
Simone il Cananeo

Nel Talmud, il testo sacro per gli ebrei, di questi adepti viene data una descrizione pessima. Nel libro sono considerati come violenti, ruffiani, volgari banditi e spregevoli sicari, sempre in disaccordo coi rabbini che invece cercavano compromessi con i romani per la Pace della Giudea. Una visione non molto confortante che si scontra con altre nei quali vengono descritti come valorosi partigiani pronti a dare la vita per difendere il loro territorio da ogni tipo di invasione estranea. Ovviamente molte fonti, come quelle del vangelo, vanno interpretate ed ancora oggi sono oggetto di approfonditi studi e discussioni. Letteralmente il termine Zelota deriva dell’ebraico kanai, con questo termine si vuole identificare una persona ligia agli insegnamenti della sua religione e precisa nel seguirne ogni concetto. La parola in latino ha un’origine greca che sta a significare chi emula, segue ed ammira.
Dunque, spregevoli banditi o coraggiosi combattenti? La figura degli Zeloti è spesso stata oggetto di forti dissensi tra chi ritiene un’opinione e chi il suo esatto contrario. Dopo la grande repressione del 70 è certo che l’intera Palestina venne occupata dai Romani e per un lungo periodo vennero fatte delle fortissime repressioni verso chi era ritenuto colpevole di insubordinazione. Nell’anno 135 le sporadiche e sempre più deboli ribellioni vennero soffocate nel sangue e si instaurò un vero clima di terrore contro chiunque potesse andare contro Roma, ogni zelota rimasto venne ucciso o ridotto in schiavitù e in poco tempo la frangia fu completamente distrutta e annientata senza possibilità di ricomporsi e tornare. Giudaismo e Cristianesimo iniziarono a diventare religioni sempre più praticate, anche se in segreto, proprio dopo la caduta di Gerusalemme. Gli Zeloti furono dunque un gruppo fondamentale che segnò i destini di Israele.

Il Macabro Processo di Papa Formoso

Il giovane Formoso nacque ad Ostia nell’816 da una famiglia modesta, ebbe comunque accesso a studi di alto livello in ambito religioso. La sua carriera fu da subito molto brillante, prima vescovo della vicina diocesi di Porto, poi chiamato dal pontefice Niccolò I a recarsi in Bulgaria dove aveva il delicato compito di diffondere il cristianesimo latino al posto di quello greco.
Alla morte di papa Niccolò I succedette Adriano II che aveva una politica diversa rispetto al predecessore, infatti negò a Formoso di recarsi presso lo zar di Bulgaria. Indispettito da quest’ordine del papa, Formoso aderì alla corrente degli oppositori di Adriano II che accusavano quest’ultimo di aver corrotto i costumi morali del clero.
Con il successore di Adriano II, Giovanni VIII, l’impero carolingio si disgregò portando sull’Italia le attenzioni della stirpe di Carlo Magno e più in particolare la chiesa scelse Carlo il Calvo come suo sovrano, questi però delegò il governo del regno agli alleati del ducato di Spoleto. Formoso non si schierò mai né da una parte né da l’altra, nonostante questo il papa lo accusò di essere un alleato dei tedeschi e lo scomunicò, per questo se ne dovette andare in Francia aspettando tempi migliori. Alla morte del papa e di Carlo il Calvo, Formoso chiese il pentimento e la cancellazione della scomunica con possibilità di ritornare in patria.
Formoso fu eletto papa nell’891 a furor di popolo, non per suo volere, anzi non era per nulla contento dell’investitura perché ormai ottantenne. Papa Formoso era schierato con i tedeschi ed era visto non di buon occhio dal ducato di Spoleto che inviò delle truppe a catturarlo rinchiudendolo a Castel Sant’Angelo. In aiuto del pontefice accorsero i tedeschi, che dopo qualche tempo se ne ritornarono in patria, gli spoletini ritornarono al contrattacco a vendicarsi del traditore Formoso. Il papa era molto vecchio e prima di essere catturato dagli spoletini morì.
Con la proclamazione di papa Stefano VI il periodo della Chiesa divenne molto buio, infatti questo pontefice è stato descritto come il più crudele della storia pontificia. Intorno ai seguaci di papa Formoso fece terra bruciata, eliminando tutti coloro che avevano ricevuto nomine da quest’ultimo. Oramai gli spoletini Ageltrude e Lamberto avevano il pieno controllo sulla chiesa con papa Stefano VI, al punto da voler umiliare papa Formoso anche dopo la sua morte.

Il processo a papa Formoso
Il processo a papa Formoso

Il macabro giudizio ebbe luogo nella basilica del Laterano, la salma di papa Formoso fu estratta dal sarcofago nel quale giaceva da oltre nove mesi e fu issata su un trono. A lato del trono con il macabro resto prese posto un diacono incaricato di fare il difensore di Formoso, imitandone perfino la voce come se questa venisse dall’oltretomba.
Formoso subì la peggiore delle condanne, l’annullamento dell’elezione a papa e la distruzione di ogni sua effige in qualsiasi luogo. Gli spoletini e Stefano VI non contenti ancora, fecero tagliare le tre dita dalla mano destra con il quale il papa impartisce la benedizione ai fedeli, inoltre il corpo di Formoso fu denudato, dato alla folla e gettato nel Tevere.
Dopo qualche giorno da questo macabro processo, “Sinodo del cadavere“, una parte della chiesa del Laterano crollò e dopo qualche mese anche Stefano VI morì. Tutto questo portò a pensare sia ai romani che agli spoletini che una sorta di punizione divina accadde ai fautori di quel macabro processo. Nell’897 Teodoro II riabilitò papa Formoso e la sua salma venne portata nella basilica di San Pietro, dove ancora oggi riposa.

La Via Francigena

La cosiddetta Via Francigena era costituita da un fascio di vie anche dette Romee, perché portavano dall’Europa centrale a Roma a partire, principalmente, da Inghilterra, Francia e Svizzera. Costituiva una delle più importanti strade medievali d’Italia ed era percorsa ogni anno da migliaia di pellegrini. Dall’XI secolo, divenne pian piano un vero e proprio luogo di scambio culturale tra popoli di varie lingue, nazioni e culture. Non era un’unica strada ma un insieme di percorsi di pari dignità che si dipanavano da Roma verso l’Italia del nord e da lì verso le nazioni transalpine. I pellegrini solitamente progettavano il loro viaggio giorno per giorno, decidendo di volta in volta quale percorso imboccare. Nei documenti più antichi viene indicata anche come via regia oppure via “publica domini comitis” (via pubblica del conte), oppure ancora “strata pellegrina” e “strata publica peregrinorum et mercatorum“.
Secondo alcune teorie, però, sembra che la Via Francigena proseguisse oltre Roma, attraversando il sud Italia. In Puglia, infatti, esisteva la cosiddetta Via Francesca, anch’essa percorsa dai pellegrini, che molti studiosi accostano proprio alla Via Francigena, considerandola una sua prosecuzione. I pellegrini, sembra che continuassero il loro cammino verso la Puglia per imbarcarsi nel porto di Brindisi per la Terra Santa. In effetti, i più antichi documenti sulla Via Francesca, che risalgono al IX secolo, testimoniano proprio la presenza di un percorso di pellegrinaggio che attraversava l’agro di Chiusi, in provincia di Foggia.
Nel Medioevo esistevano tre grandi arterie di pellegrinaggio (peregrinationes maiores): quella che conduceva alla tomba dell’apostolo Pietro a Roma, quella verso la Terra Santa e quella, tuttora famosissima e percorsa, che portava a Santiago di Compostela. La via Francigena, così chiamata perché attraversava le terre dei Franchi, entrava in Italia dalla Valle di Susa attraverso il Colle del Moncenisio o il Colle del Monginevro. Per capire meglio, però, quale fosse il percorso di questa strada e quali città toccasse conviene seguire il percorso dell’arcivescovo di Canterbury, Sigerico, che nel 990 descrisse nel suo diario di viaggio le 79 tappe sulla strada del ritorno da Roma, dove aveva ricevuto il Pallio da Papa Giovanni XV, a Canterbury.

La Via Francigena
La Via Francigena

Sigerico partì da Roma e attraversò il Lazio toccando Viterbo e Montefiascone. In Toscana si fermò a Siena, a San Gimignano, ad Altopascio e a Lucca. Questa città era una tappa particolarmente importante per i pellegrini della Via Francigena e in particolare per quelli provenienti dal nord Europa, perché custodiva il Volto Santo e le reliquie di San Regolo e soprattutto San Frediano, santo di origini irlandesi. Grazie al diario di Sigerico, sappiamo che, lasciata la Toscana, il viaggio proseguiva verso l’Emilia Romagna, toccando Parma, Fidenza e Fiorenzuola d’Arda. Nei pressi di Piacenza, a Calendasco, Sigerico attraversò il Po. In questa città esisteva un “hospitale francescano” che offriva riparo ai pellegrini. Qui, ancora oggi, esiste un piccolo porto a uso di turisti e pellegrini che possono guadare il Po verso Corte Sant’Andrea, in provincia di Lodi. Oggi Calendasco fa parte dell’Associazone Europea delle Vie Francigene. In Lombardia si faceva tappa a Pavia e si giungeva così in Piemonte. Vercelli, Ivrea e Aosta erano le ultime tappe italiane del viaggio. Attraverso il Gran San Bernardo si arrivava a Losanna, a Pontarlier, Bar-sur-Aube, Reims, Calais. Lì Sigerico s’imbarcò per arrivare a Canterbury, dopo un totale di 79 giorni di viaggio e dopo aver percorso ben 1600 chilometri quasi tutti a piedi.
Questo il percorso seguito da Sigerico, ma in realtà numerosissime erano le varianti possibili in corrispondenza di ognuno degli ostacoli naturali che si trovavano lungo la via come gli Appennini e le Alpi. Alcune deviazioni, poi, avevano lo scopo di raggiungere lungo il percorso anche altre tappe fondamentali del Cristianesimo. Ad esempio, dopo la morte di San Francesco molti pellegrini decidevano di deviare il loro cammino per raggiungere Assisi.
Altro diario di viaggio che testimonia l’esistenza della Via Francigena è quello di un abate islandese, Nikulàs Bergsson da Munkaþverá. Questo monaco benedettino compì un pellegrinaggio fino alla Terra Santa, tra il 1152 e il 1153, che raccontò in modo molto dettagliato al suo ritorno nell’Itinerarium. Il percorso compiuto in Italia è molto simile a quello di Sigerico, ma risulta interessante perché dopo Roma prosegue fino alla Puglia per imbarcarsi verso la Terra Santa toccando la penisola balcanica, la Grecia, la Turchia e, infine, Gerusalemme.
La Via Francigena non fu soltanto un territorio da attraversare ma un luogo d’incontro in cui nei secoli s’incrociarono persone provenienti dai luoghi più disparati, tutte ugualmente mosse dall’obiettivo di recarsi a rendere omaggio a un luogo sacro per la Cristianità. Un luogo di scambio, dunque, dove si mescolavano fiamminghi, tedeschi, franchi, inglesi e italiani: culture, lingue, abitudini e speranze. Una strada lungo la quale nacquero nel corso dei secoli monasteri, osterie, ostelli, trattorie e tutti quei luoghi deputati all’accoglienza del pellegrino.
Questo luogo, dove Boccaccio scelse di ambientare alcune novelle del suo Decameron consegnandolo alla memoria popolare è stato riscoperto soltanto da poco, negli anni ’70. Fu in quel periodo che, sull’onda del successo del Cammino di Santiago, si pensò di riscoprire l’antica Via Francigena, ormai in gran parte coperta dall’asfalto moderno. Riportata alla luce seguendo il tracciato originario, la Via Francigena è oggi un tesoro dal punto di vista culturale, storico e turistico. Lungo il percorso, oggi come un tempo, le parrocchie hanno organizzato luoghi di accoglienza e ristoro per i pellegrini e la Confraternita di San Jacopo di Compostela ha approntato lo Spedale di San Pietro e Giacomo, in Toscana e lo Spedale della Provvidenza di San Giacomo e di San Benedetto Labre a Roma, strutture pronte a dare accoglienza ai viandanti.

I Nove Mondi della Mitologia Nordica

La Mitologia Nordica rappresenta, da sempre, una delle principali fonti di ispirazione per centinaia di autori Fantasy, situati in qualsiasi parte del mondo e di qualunque epoca.
Tale mitologia ha origine da quella germanica, al suo interno, vengono compresi i miti e le leggende scandinave. Si parla di dei, eroi antichi e soprattutto dei miti della creazione e della successiva distruzione dell’universo intero. Secondo molti studiosi di Mitologia Nordica, quanto giunto ai giorni nostri, in merito a questo argomento affascinante, non è esattamente quanto promosso originariamente dal paganesimo. I riti e le credenze sono stati leggermente cambiati, soprattutto per l’influenza esercitata dal cristianesimo nel periodo medievale.
Molto del materiale che ha attraversato i secoli è stato trasmesso dalla letteratura nordica antica. Da segnalare, in particolare, il ruolo fondamentale svolto dall’Edda, che rappresenta una produzione letteraria islandese. Oltre alle scritture ed alle antiche iscrizioni, altri elementi sono sopravvissuti grazie alle numerose tradizioni folcloristiche che ancora oggi vengono rivissute nelle Regioni del Nord Europa. Tra i miti più conosciuti, anche da chi non ha una conoscenza approfondita dell’argomento, possono essere citati il Valhalla, le Valchirie e l’Albero della vita, oltre alle figure di Dei ed eroi come Odino (il signore degli Dei e signore sia della guerra che della magia) e Thor (Dio del tuono), apparsi anche in numerosi film dedicati alla Mitologia Nordica che hanno riscosso un notevole successo di pubblico in questi ultimi anni, spingendo soprattutto molti giovani ad approfondire il tema.
Uno dei miti principali è rappresentato dall’albero cosmico nordico. Odino ha plasmato, con l’aiuto dei suoi due fratelli Víli e Vé un mondo a sua volta formato da 9 mondi e composto da 5 dischi, separati tra loro da uno spazio intermedio.

Albero Cosmico Nordico
Albero Cosmico Nordico

Asgardh costituisce la città divina, il cosiddetto “recinto degli Asi” nel quale regnavano appunto le divinità guerriere denominate Asi. Il palazzo in cui dimorano queste ultime prende il nome di Walaskialf e al suo interno, si trova il trono Hildskialf, su quest’ultimo siede Odino, accompagnato da Frigg. Sempre nel palazzo esiste una sala maestosa con un soffitto composto da migliaia di lance, sulle pareti sono posti scudi e parti di corazze. Valhalla ospita le anime di quei guerrieri che sono morti in battaglia, i guerrieri che rimangono uccisi e che dopo la fine degli scontri si risvegliano e tornano a Valhalla per banchettare nel corso della notte, soprattutto con pasti a base di vino e cinghiale.
Un secondo mondo che fa parte dell’albero cosmico è quello di Iötunheimr, si tratta del mondo dei giganti che comprende, al suo interno, una regione selvaggia come la Foresta di Ferro, nella quale trovano rifugio le donne Troll. Queste ultime sono delle donne gigantesche e dall’aspetto mostruoso, che hanno la possibilità di dare origine a creature molto feroci.
Helheimr costituisce la dimora di Hel, si caratterizza per le sue mura possenti, per i suoi cancelli realizzati in pietra e per la presenza di un cane molto feroce che lo difende. Hel è una fanciulla con un corpo mostruoso che racchiude le insegne della morte e della vita. La sala costituisce un rifugio per le persone che stanno per morire a causa, sia della vecchiaia che della malattia. Chi, tra loro, si è macchiato di colpe nel corso della propria vita viene, però, fornito come pasto al drago Nidhogg.
Alfar (o Alfheimr) è il regno degli elfi della luce, si trova sulla parte orientale del fiume Tanakvísl e presenta una grande catena di monti che lo delimita ad est. Comprende circa 12 territori ed è situato non troppo lontano dal Vanaheimr. La capitale è Ásgarðr che per alcuni si trova al centro del mondo. Óðinn era il sovrano, quest’ultimo presiedeva un collegio di dodici sacerdoti che si sottopongono al giudizio e al sacrificio. Dopo la sua morte il popolo era convinto che fosse tornato ad Ásgarðr, ad accogliere i guerrieri morti in battaglia.
Vànaheimr costituisce la dimora dei Vani, ossia degli Dei della fertilità e della pace, il nome significa appunto “desiderare” o secondo altre traduzioni “amore”. Si dice che si trovi nelle tarde fonti, ossia a ovest dell’Ásaheimr.
Svartalfheimr è la dimora degli elfi delle tenebre (od elfi scuri). Di un territorio abitato dagli Álfar parla il Grímnismál, che lo introduce ponendolo non troppo lontano dal mondo abitato dagli Dei. È posto nel sottosuolo e, secondo le leggende, vi si è recato Skírnir per chiedere ai nani che lo abitano di forgiare il laccio Gleipnir.
Midhgardhr può essere tradotto come “Recinto mediano”. Secondo la mitologia di origine germanica rappresenta il mondo centrale (la cosiddetta terra di mezzo), il cui compito è quello di accogliere gli uomini. Corrisponde, infatti, alla terra abitata dagli uomini.
Niflheimr, secondo le leggende scandinave, è il mondo della nebbia e del gelo, non a caso si trova nel nord. Da tale mondo provengono anche tutte le cose temibili. È stato dato in custodia a Hel, che vi ha riposto la sua dimora, per tale motivo spesso viene confuso con il regno dei morti. Al suo interno è posta la sorgente di Hvergelmir, dalla quale nascono i fiumi primordiali che hanno preso il nome di Élivágar, oltre a tutti i fiumi cosmici. Una delle 3 radici del frassino Yggdrasil è piantata in questo mondo.
Infine, Múspellsheimr è il mondo del fuoco e si trova a sud. È la sede dei “figli di Múspell”, ossia i distruttori del mondo. Proprio dalle scintille provenienti da questo mondo gli Dei creano le stelle e il sole. Il guardiano di tale terra è Surtr, al suo interno è anche ormeggiata la nave chiamata Naglfar.

L’Ermetismo nella Cultura Letteraria

Fiorito nel tardo periodo ellenico, l’Ermetismo è così chiamato perché, si suppone, fu dettato da Ermete Trismegisto. Ma già nell’antico Egitto, verso il IV secolo a.C. esistevano degli accenni a questo tipo di corrente oscura e di difficile interpretazione.
Nella Grecia i testi definiti ermetici avevano la forma di conversazioni in cui un illuminato, rivelava dei segreti ai suoi discepoli come una sorta di patrimonio trasmesso che concede il sapere ed offre un potere magico, a volte, anche demiurgico. Questa visione può essere considerata come una sorta di venerazione verso i filosofi e sapienti che venivano sentiti come maghi in possesso di segreti, da parte di tutte quelle persone che non erano al loro livello.
Si tratta di un dettame popolare che reputa la conoscenza come un’arma in grado di dominare il mondo e che deve essere riportata da una generazione all’altra affinché non si perda. Da questo punto di partenza si deve l’assidua ricerca alle tradizioni e ai canti dimenticati, che vengono riproposti in scritti ermetici che si rifanno alla cultura degli Egizi antichi attraverso uno schema di tipo ellenico, utilizzato da Platone, Erodoto e altri antichi filosofi.
Le correnti individuate da studiosi della materia sono state decifrate in due ben definite: un Ermetismo filosofico ed uno popolare. Al primo si legano opere metafisiche dove sono evidenti la concezione dualistica e la concezione panteistica. Al secondo si legano opere di alchimia, magia ed astrologia.
L’Ermetismo può essere agevolmente allineato allo gnosticismo per via della contrapposizione tra il mondo della materia e quello delle idee che svilisce ogni condizione vissuta dallo spirito caduto nella materia. Nonostante questa affinità, l’Ermetismo non divenne mai (e neppure era questa l’idea di base) una vera e propria religione, ma solamente un aspetto mistico che rifiutava il mondo nella sua materialità.
L’Ermetismo è possibile scoprirlo nelle esperienze del Surrealismo e del Simbolismo di Mallarmé che aveva intessuto una nuova cultura poetica. Ancor prima, Baudelaire e i simbolisti francesi, hanno utilizzato la distruzione dei nessi grammaticali e la riscoperta della parola come più alto valore reale, utilizzando termini arcaici e rari che avevano come fulcro la solitudine dell’essere umano perso in una ostile realtà, con una natura che non si conosce e dove sono presenti simboli da comprendere e presenza misteriose.
Il critico Flora nel 1936 utilizzò il termine ermetico equiparandolo all’oscurità e analizzò in modo particolarmente severo le devianze criptografiche della nuova poesia che vede, nell’Ermetismo, l’ultimo valore di un mondo che è la causa di tutti i mali. Si tratta di una concezione che già apparteneva alle caratteristiche della poesia crepuscolare che avevano rigettato la retorica dannunziana.
In effetti gli autori ermetici non descrivono e non narrano nulla, ma si limitano a scrivere frammenti di verità come baciati da una rivelazione animistica non influenzata dalla ragione.
Gli ermetici in Italia sono lontani dall’essere sociale e dopo la Grande Guerra ( Prima Guerra Mondiale ) e l’avvento del fascismo si sentono isolati e perennemente alla ricerca di un qualcosa di riservato che a pochi eletti. Contrariamente a quanto era di moda allora, il Decadentismo Dannunziano che prediligeva l’estetica e la letteratura pascoliana, definita malinconica e troppo soggettiva. La corrente ermetica si infrangeva anche al futurismo per l’insopportabile retorica. Il filo conduttore è la perenne ricerca del significato della vita tramite un’introspezione del proprio essere e la visione pessimistica della vita caratterizzata dal male di vivere. Tutto questo produsse una poesia di altissimo contenuto filosofico.

Giuseppe Ungaretti capostipite dell'ermetismo italiano
Giuseppe Ungaretti capostipite dell’Ermetismo italiano

Capostipite dell’Ermetismo italiano fu Giuseppe Ungaretti. Illuminato dall’esperienza della guerra che mette a nudo le fragilità dell’uomo, la sua solitudine, ma anche la sua semplicità che viene ritrovata nella sofferenza. Questi dolori fanno dell’esistenza un precario bene, ma molto prezioso. Ungaretti ha una visione esistenziale che denuncia il dolore e la consapevolezza che l’uomo non concretizzerà mai le sue aspirazioni morali e conoscitive. Il poeta rifugge ogni metrica tradizionale e crea liberamente un ritmo che cerca di cogliere la realtà, incentrato sul congiungimento di ordini differenti che originano versi brevissimi e scomposti dove la sola parola è importante ed il titolo ne è parte integrante.
Altro importante esponente di questa corrente poetica fu Eugenio Montale. Anche lui prese parte alla prima guerra mondiale, ma come volontario. Tornato a casa, si reinserì nella vita di sempre incominciando a frequentare circoli letterari fino a pubblicare le sue prime poesia nel 1922, la notorietà arriverà però, solo tre anni dopo con “Ossi di seppia“. Fulcro della sua poetica è la visione pessimistica del nostro tempo dove tutto appare insensato e misterioso perché sono falliti gli ideali romantici. Per Montale non c’è una fede che possa smarcare l’essere umano da quella esistenziale angoscia che lo perseguita, anche se la sua negatività può alternarsi con la vana (ma sempre rinascente) speranza di superare questo momento. Ogni cosa è vista dal poeta nel suo aspetto oggettivo ma anche metafisico che simboleggia la condizione umana.
Altri esponenti dell’Ermetismo in Italia sono stati Saba, Quasimodo, Gatto, Luzi, Penna, Sereni ed altri.
L’Ermetismo è sostanzialmente una dottrina cosmologica legata al tipo di iniziazione che non è sacerdotale, tranne l’iniziato che è destinato a realizzare i Grandi Misteri. Questo comporta anche lo sviluppo delle possibilità dello status esistenziale che perfezionato, si avvierebbe ad essere lo stato primordiale. Con questa iniziazione però è andata irreversibilmente perduta la realizzazione dei Grandi Misteri e così rimane solo quella dei Piccoli Misteri, tra i quali c’è la Massoneria.
La filosofia ermetica si enuclea nel detto “tutto è nel tutto” e si propone di incidere anche sulla Natura allo scopo di trasformarla. Gli alchimisti mescolavano metalli e piante per ottenere i loro filtri medicali, così come i muratori sgrossando la pietra lavoravano il loro sé interiore, gli ermetisti trasformando il piombo in oro trasmutavano il loro Io.
Gli ermetisti hanno raffigurato la materia dentro una circonferenza fecondata dal sole e simboleggiata da un tondo con un punto principale al centro. Metafore e simbologie che fanno parte dell’esoterismo massonico che si ricollega alla filosofia dei Rosacroce, sublimando e ampliando l’energia che si coniuga con il nostro corpo.
In Massoneria la purezza si ottiene con quattro simbolici viaggi che sono prove di aria, fuoco, acqua e terra. Permettono il cammino iniziatico che per prima si effettua nella nostra coscienza per poi proseguire verso un’altra dimensione proiettata in alto, quella dello spirito. Come il metallo che purificato e messo a nudo rivela la sua quintessenza, così lo spirito dopo aver affrontato e superato le quattro prove che consentono all’iniziato di essere pronto per ricevere la Luce. In questo frangente si coglie il denominatore comune esistente tra l’Ermetismo e la Massoneria, che vedono, nella introspezione, il fulcro delle assonanze esistenti.

Il Realismo Magico ed il Surrealismo

Può sembrare un ossimoro, data la presenza di due principi stridenti tra loro, ma la poetica del Realismo Magico deve le sue fortune proprio a quell’effetto di straniamento che nasce da una descrizione meticolosa della realtà, nella quale però sono presenti elementi appunto magici. Coniato per la prima volta negli anni ’20 dal critico tedesco Franz Roh per descrivere le opere riconducibili al movimento pittorico post-espressionista, il Realismo Magico divenne in seguito il marchio di fabbrica per la corrente dominante della letteratura latino-americana. Autori come Gabriel García Márquez, Jorge Luis Borges, Julio Cortázar, Isabel Allende, utilizzarono consapevolmente o meno gli stilemi propri di questo genere, inserendo massicce dosi di elementi fantastici in un contesto fortemente legato alla realtà e alla contemporaneità.
Si consideri, dunque, che il Realismo Magico conosce due distinte fasi di sviluppo: prima di divenire a partire dagli anni ’60 lo stile di riferimento della narrativa in lingua spagnola, infatti, il termine viene utilizzato negli anni ’20 dello scorso secolo per descrivere i movimenti pittorici che prendono piede nel Vecchio Continente. Si pensi, in tal senso, alla pittura metafisica dell’italiano Giorgio De Chirico, autore di opere nelle quali il contesto di rigoroso realismo, frutto dell’adesione all’architettura razionalista, è aperto ad elementi di natura trascendentale. O al Surrealismo di altri autori del periodo, che inserirono nelle loro opere elementi provenienti dalla dimensione del sogno. O ancora alle opere dello statunitense Edward Hopper, dove l’elemento magico non è mai palesato, ma la raffigurazione della realtà viene resa in maniera talmente nuda ed esasperata che l’osservatore è costretto a fare i conti con un aspetto metafisico che emerge prepotentemente.

Gabriel García Márquez
Gabriel García Márquez

Tornando alla letteratura, il testo seminale del Realismo Magico è senza dubbio il celeberrimo “Cent’anni di Solitudine” di Gabriel García Márquez, una delle opere più rappresentative della letteratura dello scorso secolo: la saga dei Buendía, infatti, mediante l’artificio letterario, attraversa un secolo di storia colombiana. In un contesto dunque molto realistico – gli scontri politici, l’egemonia economica della Compagnia Bananiera, le resistenze della dottrina Monroe per la quale gli USA dovevano mantenere il predominio in America Latina a discapito delle altre popolazioni, l’avvento della classe operaia, la brutale repressione di movimenti che chiedono democrazia – García Márquez inserisce a piene mani elementi sovrannaturali, descritti anche loro con piglio realistico, ma che spesso possono essere solo intuiti e non spiegati. In alcuni casi si tratta di vere e proprie leggende alimentate dal folklore che l’autore ha raccolto ed inserito in questa intricata vicenda; in altri casi sono invenzioni letterarie tout-court. L’elemento magico incide peraltro pesantemente nello sviluppo delle vicende, poiché può dare luogo a distorsioni temporali o ad assenza di temporalità, può spingere determinati personaggi a mettere in discussione tali eventi non razionali, può spingere l’autore a descrivere in maniera ricca e particolareggiata una serie di dettagli di natura sensoriale.
Questo artificio letterario, che in Cent’anni di Solitudine raggiunge il suo sviluppo più completo e coerente, è messo in pratica da numerosi altri scrittori latino-americani del periodo, spinti spesso dall’intento di raccontare eventi storici – in genere dal punto di vista progressista, area culturale alla quale fanno riferimento quasi tutti i narratori di cui parliamo – attraverso l’uso di elementi magici. È il caso di un altro celebre romanzo, “La Casa Degli Spiriti“, della scrittrice peruviana di nascita, ma cilena d’adozione, Isabel Allende. Il libro narra le vicende dei Treuba, mentre sullo sfondo scorre un pezzo significativo della storia politica del Cile moderno, che culmina con il drammatico colpo di stato militare ad opera del generale Augusto Pinochet volto a spodestare il governo socialista democraticamente eletto del presidente Salvador Allende, nonno della scrittrice. La matrice magica in questo caso è ancora più marcata, poiché gli elementi di questa natura non provengono tanto dal folklore locale, quanto da una visione della narrazione che dà spazio ad un mondo esoterico, fatto di apparizioni di fantasmi (gli spiriti del titolo) e di altri elementi di finzione che celano vicende storiche chiare e definite (i personaggi del Poeta e del Presidente, ad esempio, sono evidentemente Pablo Neruda e Salvador Allende).
Proprio per la sua natura volutamente ambigua e per i riferimenti che si collocano tanto sul piano storico-politico che su quello legato alla dimensione metafisica, il Realismo Magico è stato spesso sovrapposto al Surrealismo, intendendolo come una sorta di prolungamento dello stesso in ambito letterario. In realtà le differenze sono molteplici e anche piuttosto dirimenti, poiché i surrealisti hanno lo scopo di cogliere una realtà “altra” rispetto a quella tangibile, un qualcosa di più profondo che si cela dietro la vita quotidiana. Basti pensare alle opere che abbiamo descritte fin qui per comprendere invece che i fautori del Realismo Magico non perseguono affatto uno scopo di questa portata, ma al contrario vogliono rimanere ben ancorati alla realtà e alla Storia, che viene però arricchita di elementi “meravigliosi”. Gli scrittori riconducibili a questo filone, infatti, non sono interessati a pratiche come il sogno o l’ipnosi, e non ricercano affatto fughe dalla realtà: come abbiamo già detto, molti di questi narratori sono o sono stati impegnati politicamente nei loro paesi, hanno una visione chiara dell’esistente e degli sforzi necessari per mutarlo. Questi aspetti nei surrealisti, che pure tanta influenza ebbero nel continente latino-americano, sono completamente assenti.
Lo stesso discorso può farsi anche con la Fantascienza, altro genere che spesso è stato accostato al Realismo Magico. In questo caso si rischia meno il fraintendimento, poiché la fantascienza rappresenta un filone narrativo ben delineato, con una sua storia e una sua evoluzione che si discosta in maniera piuttosto netta dagli stilemi del Realismo Magico. Isaac Asimov, Philip K. Dick e altri grandi scrittori di genere, infatti, partono da premesse del tutto differenti rispetto a quelle di Borges, o Cortazar, o dello stesso Márquez, poiché inventano di sana pianta altri mondi, alternativi al nostro. Certo, in molti casi – ad esempio nei romanzi distopici – i riferimenti alla realtà non mancano, ma siamo ben lontani da descrizioni storiche particolareggiate e anche dagli stessi elementi magici, che nella fantascienza di solito sono soppiantati dalla tecnologia e dalle sue applicazioni più estreme.

Influenze di Federico Barbarossa in Italia

Federico I Hohenstaufen, più noto come Federico Barbarossa, ascese al trono del Sacro Romano Impero nel 1155, tre anni dopo la sua incoronazione a sovrano di Germania. Suo padre era il duca Federico di Svevia, mentre sua madre, Giuditta di Baviera, apparteneva alla dinastia bavara dei Welfen, una delle più antiche ed illustri casate nobiliari d’Europa. In Italia questo clan familiare ispirò la nascita del partito italiano dei guelfi. La casata, infatti, stava per estinguersi alla fine del XI secolo con la morte di Guelfo III, duca di Carinzia, il quale non aveva eredi, riuscendo però ugualmente ad assicurarsi una discendenza con l’adozione di un parente italiano, ovvero Guelfo IV d’Este. Questo membro della famiglia univa il sangue italiano degli estensi a quello tedesco dei Welfen, era infatti figlio di Alberto Azzo d’Este e di Cunegonda di Altdorf, sorella di Guelfo III. Si comprende così lo stretto legame che univa il destino di Federico Barbarossa all’Italia già dal momento della sua nascita e che fece considerare favorevolmente la sua incoronazione ad imperatore non soltanto dalla maggioranza dell’elettorato tedesco, ma anche dai guelfi italiani.

Dipinto di Federico Barbarossa
Dipinto di Federico Barbarossa

Il primo obiettivo del nuovo imperatore fu il rafforzamento dell’autorità imperiale su tutti i territori dell’impero, a tale scopo, il Barbarossa convocò una dieta che ebbe luogo nel marzo del 1153 presso la città di Costanza. A questa dieta parteciparono i maggiori principi dell’impero, alcuni ambasciatori del papa ed i rappresentanti dei comuni italiani di Lodi, Pavia e Como; questi ultimi si appellarono al Barbarossa affinché li proteggesse dall’arroganza di Milano, che, dopo una serie di vittorie sulle altre città lombarde, poneva forti limiti alla loro autonomia. Federico vide in questo appello un’ottima occasione per rinsaldare il proprio potere in Italia, decise quindi di intervenire in favore dei nemici di Milano. Nei suoi progetti, ciò gli avrebbe assicurato il controllo assoluto del Nord Italia e, successivamente, del Regno di Sicilia, convinto sostenitore dell’idea di impero universale. Federico infatti, sperava così di sottomettere al suo dominio l’intera penisola italiana, affermando allo stesso tempo il primato del potere imperiale sulle pretese temporali del papato.
Le condizioni per una campagna italiana, in quel momento, erano particolarmente favorevoli all’imperatore, il suo intervento era infatti caldeggiato sia dai comuni lombardi ostili a Milano, sia dalle casate nobiliari in lotta contro la crescente spinta autonomista dei comuni.
Nella fase iniziale della guerra in Italia, il Barbarossa riuscì effettivamente ad affermare il suo potere grazie ad alcuni assedi dall’esito fortunato, durante i quali Milano e diverse città sue alleate furono sconfitte. Milano però si rifiutò di accettare le condizioni imposte dal Barbarossa, che reagì devastando l’intera pianura padana. Diverse città lombarde furono distrutte, altre dovettero accettare un presidio imperiale.
Negli anni successivi l’imperatore sottomise varie zone del centro e del sud Italia, ma dovette tornare periodicamente in Germania per il sorgere di contrasti con il papa e gli altri alleati. In aggiunta la riottosità di diverse città della penisola, indebolirono progressivamente la sua posizione, dando modo ai comuni lombardi di organizzare la resistenza e di fondersi in un un’unica grande lega che ebbe il nome di “Lega Lombarda“. Questa lega restò celebre soprattutto per l’epica battaglia combattutasi a Legnano il 29 maggio del 1176, nella quale Federico Barbarossa ricevette una pesante sconfitta che lo indusse a rinunciare definitivamente ai suoi progetti in Italia. Queste campagne militari imperiali ( quattro in tutto ) hanno lasciato profonde tracce nella nostra cultura e nel costume di tantissime località del nord Italia. Ancora oggi, nonostante questi eventi siano molto lontani nel tempo, diverse tradizioni ci raccontano il modo di pensare, di sentire e di concepire la vita proprio di questi nostri remoti antenati.
Le città lombarde, in modo particolare, conservano ancora usanze che risalgono alla venuta del Barbarossa in Italia. A Como, ad esempio, il primo e il secondo fine settimana di settembre sono dedicati al “Palio del Baradello“, manifestazione che prende il nome da un castello fatto costruire dall’imperatore sulle alture intorno a Como nei giorni della sua permanenza in questa città, sua alleata contro Milano. Questa manifestazione celebra proprio il ricordo del passaggio dell’imperatore a Como e si svolge con spettacoli di sbandieratori, regate sul lago e giostre fra varie squadre che rappresentano i borghi della città.
Di chiara derivazione teutonica sono i “Marziroo“, un’antica festa agricola comasca nella quale bambini e ragazzini passano di casa in casa suonando campanacci e corni, questi riti si celebrano nel mese di marzo e provengono dalle antiche celebrazioni celtiche volte a risvegliare la natura e ad annunciare la primavera.
A Legnano, città della leggendaria battaglia finale, si festeggia ogni anno, nel mese di maggio, la “Sagra del Carroccio“. La sagra trae il suo nome dal grande carro trainato da buoi recante le insegne della città meneghina e intorno al quale si raccolsero durante l’epica battaglia tutte le milizie della Lega. Secondo le fonti, in quell’occasione il carroccio fu difeso dalla “Compagnia della morte”, una milizia scelta guidata da Alberto da Giussano. In tempo di pace il carroccio veniva custodito all’interno della cattedrale. Questa festa dedicata alla battaglia di Legnano è sontuosa e complessa. Il giorno della vigilia, per le strade della capitale meneghina sfilano otto contrade di Legnano con i rappresentanti delle sei porte della città di Milano. Nel giorno della festa, che si svolge a Legnano, viene celebrata una messa solenne sul Carroccio con un Palio disputato dai cavalli delle otto contrade.
Anche nelle altre regioni italiane, la liberazione dalla tirannia del Barbarossa viene ancor oggi celebrata con feste solenni. Ad Acquapendente, ad esempio, località della provincia di Viterbo, si festeggia la liberazione dal Barbarossa con i famosi “Pugnaloni“. Questa festa trae la sua origine da un evento miracoloso verificatosi nel 1166, nel quale la Madonna annunciò la prossima liberazione del luogo dal dominio straniero. Secondo la tradizione, gli abitanti di Acquapendente trovarono il coraggio di ribellarsi al Barbarossa non appena un ciliegio, secco da anni, rifiorì miracolosamente sotto gli occhi di due contadini, a simboleggiare la protezione della “Madonna del Fiore” sul popolo oppresso. La festa dei Pugnaloni si celebra ogni anno nel mese di maggio con un’esposizione di grandi quadri ricoperti di petali di fiori, foglie ed altri materiali: queste opere rappresentano gli antichi “pungoli” che, durante le feste religiose medioevali, i contadini del posto portavano in processione ornati di guarnizioni floreali. Mentre i quadri restano esposti nella cattedrale e nei suoi dintorni, per le strade della città hanno luogo il corteo storico con gli sbandieratori e la processione religiosa della Madonna del Fiore.

La Musica Rinascimentale Francese

Per musica rinascimentale intendiamo la musica classica che è stata composta in Europa nel corso del Rinascimento e quindi tra il Quattrocento e il Cinquecento.
Proprio in quest’epoca, le circostanze storiche del continente europeo mutano dando un notevole impulso alle arti, musica compresa, soprattutto in Frianda e in Borgogna, facendo nascere così la scuola franco fiamminga. La Francia ricopre quindi un ruolo molto importante all’inizio del Rinascimento, nello sviluppo di nuovi fenomeni attinenti alla musica.
Mentre compositori come Guillaume Dufay e Josquin Des Prez studiano la teoria dell’armonia e nel resto dell’Europa si approfondisce il tema della musica sacra polifonica, la scuola fiamminga lavora sulla chanson francese, il frutto dell’opera ingegnosa di artisti e musicisti come Claudin de Sermisy e Clément Janequin. La chanson parisienne aveva dominato il mondo allora conosciuto, a partire dal XVI secolo fino alla sua fine, ed era nata nel cuore della Francia pre-Rinascimentale; è a partire dal 500 che essa si libera dal rigido stile medievale, per reinventarsi in un contesto meno convenzionale, più spigliato e popolare, sotto il nome di rondeaux, ballades e virelais. Un esempio mirabile è contenuto nella raccolta chiamata Odhecaton pubblicata a Venezia nel 1501.
Il Quattrocento non è solo musica, ma anche danza: dopo secoli di decadenza, quest’arte rifiorisce accompagnata da nuovi stimoli musicali e con delle movenze artistiche ed espressive del tutto nuove, sul ritmo della musica strumentale.
In Francia viene subito contrassegnata dal binomio bassedance-tourdion: “lenta-veloce”; si tratta di una danza che abbina un andamento lento e calmo ad uno più vivace e brioso, con un dinamismo unico.
La Francia Rinascimentale, dal punto di vista musicale, si distingue soprattutto per i suoi autori e le opere che essi hanno composto, prodotto, suonato.
Fra i più celebri ricordiamo innanzitutto il già menzionato Clément Janequin. Nato probabilmente a Châtellerault nel 1485, studia come sacerdote a Bordeaux e poi successivamente all’Università di Angers e dal 1530 inizia per lui un periodo molto proficuo, durante il quale comincia a produrre chanson e mottetti, fedelmente descritti dallo scrittore Attaingnant in quattro dei suoi volumi.
Prima di morire a Parigi nel 1558, Janequin diventa compositore, ma non ottiene mai in vita un riconoscimento ufficiale, nonostante fosse comunque divenuto famoso e apprezzato.
Janequin fu un compositore prolifico, compose almeno 398 chanson, 150 fra salmi e canti spirituali, almeno 250 canzoni profane; fra quelle più celebri si ricordano Chansons, Sacrae cantiones seu motectae, Inventions, L’alouette, La jalousie, Le rossignol, La chasse au lièvre, e altre ancora.
Una delle sue composizioni più famose, La bataille, riproduce suoni onomatopeici bellici; essa fu scritta appunto per celebrare la vittoria della Francia nella battaglia di Marignano. Un’altra, Le chant des oiseaux, imita invece il canto degli uccelli. Le sue composizioni, semplici ed evocative, sono ancora in grado di suggestionare l’ascoltatore.
Un altro grande compositore e gambista di origina francese, a suo tempo collaboratore di Pierre Attaignant, fu Claude Gervaise. Vissuto in stretto contatto con i musicisti della Chambre du Roi, inizia a pubblicare nel 1540 e durante la sua permanenza alla corte di Francia fu uno stimato didatta che compose un libro sull’insegnamento della viola, ora andato perduto.
La sua produzione è imperniata su degli arrangiamenti musicali, fra i quali ricordiamo la Troisième livre de danceries à 4 parties nel 1556. Tra i sette libri di danze che ha pubblicato, si ricorda in particolare la “Suite de danses” uscito nel 1557 dove sono raccolte diverse danze come la allemande, La pavane, La gagliarde, con uno stile prettamente rinascimentale e omofonico.
Un’altra raccolta “Pavane M’amye est tant honnest et saige” è stata resa molto famosa da Francis Poulenc nel 1935. Gervaise ha composto in tutto non meno di 46 pezzi fra chansons e danze, a tre e quattro voci.
Nominando i maggiori artisti e compositori rinascimentali francesi, non possiamo tralasciare Pierre Certon, nato a Melun nel 1510 e nel 1529 già nominato “clericus matutinorum” a Notre-Dame di Parigi. Diviene cappellano e cantore nella chiesa della Sainte-Chapelle, dove rimase fino alla morte sopravvenuta nel 1572, sempre a Melun.
Certon rimane uno dei compositori più fecondi e svolse un ruolo fondamentale nell’attività musicale di Parigi, distinguendosi per la raffinatezza delle sue opere. Tra le sue musiche polifoniche, sia sacre che profane, ricordiamo le Chansons pubblicate fra il 1533 e il 1572; più di trecento raffinate composizioni.
Il merito particolare di aver trasportato lo stile musicale del rinascimento italiano in Francia deve essere riconosciuto a Loyset Compère, nato ad Arras nel 1440; egli scrisse meno messe rispetto ai suoi contemporanei (o la maggioranza ne andarono perdute) e divenne famoso per aver scritto composizioni molto brevi, essenzialmente mottetti e canzoni. La sua musica risulta estremamente impregnata da uno stile borgognone, sintomo della sua formazione essenzialmente italiana e uno più leggero ed ironico, tipico dei compositori italiani di frottole. Fra i suoi pezzi si distinguono tre gruppi stilistici in particolare: i pezzi leggeri di stile italiano, i lavori in stile borgognone, le canzoni-mottetti medievali. Fra la produzione sacra ricordiamo anche il Magnificat e i mottetti religiosi.
Il mottetto-libero, una forma unica da lui sperimentata, è una particolare combinazione di canti popolari tipici dell’Italia e di influenza fiamminga con un risultato suggestivo.
Molte delle sue opere vennero stampate anche a Venezia e da lì si diffusero ulteriormente, anche grazie all’invenzione della stampa che la favorì maggiormente. Possiamo quindi considerare Compère uno dei maggiori compositori francesi del Rinascimento. Compère muore a Saint-Quentin il 16 agosto 1518.
Tra i suoi contemporanei ricordiamo Josquin Des Prez, anch’egli celebre per aver portato in Francia i mottetti tipici dello stile italiano rinascimentale e Thoinot Arbeau, anagramma del nome Jehan Tabourot. Nato a Digione nel 1520 diventa canonico a Langres nel 1574, è suo il celebre trattato sulla danza dal titolo Orchésographie composto secondo l’uso del tempo sotto forma di dialogo fra l’autore e un avvocato, Capirol. Il trattato contiene la descrizione di molte danze dell’epoca, le annotazioni riguardo alle melodie sulle quali esse venivano eseguite e infine delle nozioni sull’accompagnamento polifonico. Le illustrazioni, fatte con il metodo della xilografia, sono affiancate da spiegazioni teoriche e da cenni storici.

Zeloti ed Aristocratici a Tessalonica

Una delle cause che produsse grandi squilibri nell’economica tardo-bizantina, fu l’istituzione della pronoia, che conobbe un notevole successo a partire dal regno di Alessio I Comneno. Con il termine pronoia ( cura ) si designava un appezzamento di terreno concesso ad un individuo dall’imperatore, compresi tutti i contadini sull’appezzamento di terreno che erano obbligati a pagare le tasse al concessionario. In cambio di questo esso doveva prestare servizio militare con una truppa proporzionale alla grandezza del terreno ricevuto in concessione. Alla morte, il terreno ritornava allo Stato che lo consegnava ad un nuovo concessionario. Più tardi i pronoiari, che appartenevano tutti o quasi all’aristocrazia, riuscirono ad ottenere il diritto di successione agli eredi della concessione, annettendosi di fatto la maggior parte delle terre statali. Questo cambiamento andò tutto a sfavore dei lavoratori che non potevano far fronte allo strapotere dei latifondisti, infatti pur di non pagare le tasse essi vendevano i terreni oppure cacciavano gli agricoltori.
Il 5 giugno del 1341 morì a Costantinopoli l’imperatore Andronico II Paleologo, lasciando come successore il figlio di appena nove anni, Giovanni V. Il megas domestikos Giovanni Cantacuzeno, comandante in capo delle forze militari terrestri e miglior amico del defunto sovrano, si autoproclamò reggente dell’impero. Contro di lui si formò subito una coalizione formata dall’imperatrice madre Anna di Savoia, il patriarca di Costantinopoli e l’ambizioso parvenu Alessio Apocauco, vecchio seguace dello stesso megas domestikos. Nel 1341 Si scatenò così una furibonda guerra civile tra il reggente, che nel frattempo si fece proclamare imperatore con il nome di Giovanni VI e soprattutto Alessio Apocauco che richiese il sostegno delle masse popolari incitandole alla rivolta contro gli aristocratici dell’imperatore.
La situazione dell’impero a metà del XIV secolo era molto delicata a causa delle bramosie di potere degli aristocratici che tendevano a sottrarsi al pagamento delle imposte ed inglobare i piccoli possedimenti dei poveri contadini che non potevano più pagare le tasse a causa dell’eccessiva pressione fiscale ( mi ricorda tanto un paese dei giorni nostri! ).
La congiura contro Giovanni VI si trasformò ben presto in una ribellione contro i poteri forti da parte dei più deboli che Cantacuzeno stesso, nelle sue memorie, definì “zeloti“, nel loro delirio di violenza e distruzione.
Il termine “zeloti” che deriva dal termine greco “zelo”, fu adottato per la prima volta per designare gli aderenti ad una corrente politico-religiosa giudaica sorta nel I secolo d.C. Questi praticavano una severa osservanza della Legge con conseguente nazionalismo che si tradusse nell’opposizione armata contro la dominazione romana in Palestina. Successivamente lo stesso termine ha indicato il partito politico-religioso di Tessalonica durante le lotte di cui abbiamo trattato in precedenza.
Dapprima le rivolte si scatenarono ad Adrianopoli, poi ben presto si trascinarono fino a Tessalonica, l’odierna Salonicco, la città bizantina con la maggiore differenziazione tra aristocratici e poveri. Si andava dalla smodata ricchezza dei primi alla terribile miseria dei secondi. Inizialmente gli zeloti riuscirono a respingere gli attacchi di Giovanni VI Cantacuzeno, ma nel 1345, a causa delle divisioni interne dei rivoltosi e della morte di Alessio Apocauco, il primo ebbe la meglio ed il 3 febbraio del 1347 venne riconosciuto imperatore a Costantinopoli, dove tre mesi più tardi ebbe luogo la cerimonia di incoronazione.
Naturalmente gli zeloti si rifiutarono di riconoscere l’imperatore e nel 1349 tentarono di consegnare la propria città nelle mani del monarca serbo Stefano Uros IV Dusan, ma fallirono e nel 1350 Giovanni VI e Giovanni V entrarono in città, l’ordine fu ristabilito a Tessalonica.